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I SOGNI DEI CIECHI

I sogni dei ciechi. Pensieri, poesie, emozioni di Fabio Sorrentino

VATICANO BEACH

VATICANO BEACH

VATICANO BEACH

Nell’agosto del 1987, reduce da una lunga giornata sulla spiaggia di Fregene e da una notte brava nel centro di Roma, verso le sei del mattino mi sono ritrovato in una Piazza San Pietro deserta come un lupanare il Venerdì Santo, e non chiedetemi cosa significa ma mi è venuto da dirlo così, e s’intende che dovrebbe essere il bordello di un paese cattolico anteguerra, probabilmente di periferia, e meridionale… Mi sono sdraiato con il mio telo mare, che ancora mi trascinavo dietro come un’esotica coperta di Linus, esattamente ai piedi dell’obelisco che c’è nel mezzo della piazza. Prima, in realtà, ho cercato quel sampietrino dov’è scolpito in bassorilievo non mi ricordo più se un cuore stilizzato o un quadrifoglio, che dicevano fosse di gran moda fra quegli epicurei di cascamorti romani che ci portano le turiste romanticone e svampite e gli sussurrano, nell’arancio di un tramonto impreziosito dallo scampanio vespertino di tutte le chiese della città eterna e l’arioso volteggiare delle rondini, che se vi poggeranno sopra il loro piede nudo, a quel contatto con la pietra fatata saranno per sempre avvinte da imperitura e cocente passione verso l’uomo che ve le ha condotte. Che poi mi dovete spiegare cosa ci azzecca ‘sta storia profana di adescamenti boccacceschi e consumati senz’altro al di fuori del sacramento matrimoniale, con la sacralità e la santità della sede apostolica e del trono del Vicario di Cristo e allora forse si capisce che anche lì è non è così assurdo parlare di lupanare, inteso nell’accezione di luogo o casa d’appuntamenti più o meno licenziosi… Comunque, sono rimasto disteso a lungo, sul mio telo da spiaggia, all’ombra dell’obelisco e, in quella pace meravigliosa e nella quiete dell’alba, per un momento mi sono sentito davvero un pellegrino di altri tempi, giunto dalle estreme propaggini del Sacro Romano Impero, molto abbronzato peraltro ma sfinito da un lungo cammino di perdizione da quattro soldi, eppure sempre in cerca di una vera e profonda redenzione. Devo dire che la cosa in sé, fra la suggestione di quella scenografia unica ed inimitabile, e il mio particolare stato d’animo e il valore simbolico di quella luce mattutina che si andava sempre più rischiarando, risultava particolarmente coinvolgente e pur fra l’obnubilamento del sonno arretrato e dei bagordi, sentivo davvero riaccendersi qualcosa in me, e mi stavo quasi commuovendo, con due occhi lucidi in un volto pervaso da un largo sorriso di stupore per quel momento di incredibile rivelazione mistica, quando, tanto per cambiare, si avvicinano due sbirri e mi fanno sloggiare. Gli sbirri credono sempre che certi sorrisi sbilenchi accompagnati da occhi lucidi siano frutto di un qualche tipo di ebbrezza alcolica o chimica. Ma nel mio caso era genuinamente il frutto di un inarrestabile moto ascensionale dell’animo in un’elettrizzante estasi spirituale. Inarrestabile per poco, ahimé. E il moto ascensionale di quell’attimo magico e irripetibile si è subito tramutato in un rovinoso crollo. Un poliziotto ha arrestato quel mio fugace anelito alla conversione, è il caso di dire. Ma sotto quell’obelisco, a quell’ora, sul mio telo da mare, in pace con la vita e con il tempo, si stava proprio bene…

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